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lunedì 14 giugno 2010

san VITO

San Vito, venerato localmente anche come san Vito martire o san Vito di Lucania (Mazara del Vallo, III secolo – Lucania, 15 giugno 303), è stato un santo italiano.
Non si hanno dati storicamente accertati sulla sua origine, anche se, secondo testimonianze, sarebbe nato in Sicilia da padre pagano. Sarebbe stato inoltre incarcerato sette anni a causa della sua fede cristiana.

Indice

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Tradizione [modifica]

«La città di Mazara per antichissima tradizione da nessun’altra contraddetta, passa per essere stata la patria del nostro Santo, il quale nato da Hila, idolatra e di nobile stirpe, ma allevato da Crescenzia ed educato da Modesto, ambedue ferventi cristiani, ancor fanciullo si distingueva per fervore nel praticare la fede e coraggio nel professarla»[1]
Secondo il Martirologio Geronimiano Vito sarebbe vissuto a lungo in Lucania presso il fiume sele, tanto che ancora oggi è ricordato impropriamente dai fedeli del luogo come san Vito di Lucania. Sarebbe morto martire nell'anno 303, assieme alla nutrice santa Crescenzia e al precettore san Modesto, durante la persecuzione di Diocleziano.
Alcune presunte reliquie sono custodite in un corpo cerato che raffigura il Santo, custodito presso la chiesa Collegiata di Sant'Ambrogio di Omegna (VB), racchiuso in un'urna e portato solennemente in processione l'ultimo sabato di agosto, giorno in cui il vescovo di Novara Bascapè portò devotamente le reliquie ad Omegna. Altre presunte reliquie del Santo sono custodite nell'omonima chiesa di Marola (provincia della Spezia): in entrambe i casi si tratta di "corpi santi" provenienti dalle catacombe romane.
Secondo una passio del VII secolo il fanciullo siciliano Vito (BHL 8711-12; per BHL 8714 nasce in Lucania), dopo aver operato già molti miracoli, sarebbe stato fatto arrestare dal preside Valeriano. Avrebbe subito torture e sarebbe stato gettato in carcere senza che però avesse rinnegato la propria fede; sarebbe stato liberato miracolosamente da un angelo e si sarebbe recato, insieme al precettore Modesto e alla nutrice Crescenzia, in Lucania per continuare il suo apostolato. Acquistata sempre maggior fama presso il popolo dei fedeli, sarebbe stato perfino supplicato dall'imperatore Diocleziano di liberare il figlio dal demonio (forse si trattava di epilessia) ma, ottenuto il miracolo, Diocleziano gli si sarebbe scagliato contro, facendolo imprigionare e torturare. Dopo essere stato nuovamente liberato dall'angelo, ritornando presso il fiume Sele, Vito sarebbe morto ivi con Modesto e Crescenzia. Le salme dei tre sarebbero state in seguito sepolte dalla pia matrona Fiorenza in un luogo chiamato Marianus. Presso il fiume sele sorge un'antica chiesa dedicata al santo, luogo dove fu sepolto ad Eboli
Martirio dei santi Vito, Modesto e Crescenza, manoscritto francese del XIV secolo.
Nella città di Marigliano, in provincia di Napoli, identificata dagli studiosi con l'antico Marianus, presso la chiesa di San Vito, costruita su una basilica martiriale altomedievale e annessa, a partire dalla seconda metà del XV secolo, ad un convento francescano, è custodita la tomba del martire sigillata da un marmo, ricoperto un tempo da pietre preziose, sul quale è incisa la frase latina: HIC VITO MARTIRI SEPVLTVRA TRADITVR.
Al racconto originario della passio del martire si aggiunsero con il passare degli anni varie leggende relative alle translationes delle sue reliquie in varie città e monasteri, e vari miracula che avrebbero avuto come protagonista Vito, leggende che contribuirono ad accrescere ulteriormente la sua fama.
Un'altra leggenda devozionale lo vede protagonista in Sicilia, a Regalbuto, dove, fermatosi per riposare nel luogo dove ora sorge la chiesa dei cappuccini, avrebbe incontrato dei pastori disperati perché alcuni cani avevano sbranato un bambino; allora il Santo, richiamati i cani, si sarebbe fatto restituire da essi i resti del corpo del bambino a cui avrebbe ridonato la vita.
Se è vero che per secoli la figura di san Vito ha alimentato ed esaltato la fede popolare – si pensi per esempio alla protezione per la quale veniva invocato, in modo particolare nella speranza di ottenere guarigione da patologie quali la Corea di Sydenham, una forma di encefalite nota come ballo di San Vito in quanto può presentare postumi come tic, tremori, etc., dall'idrofobia, da malattie degli occhi (in slavo la parola Vid = vista fu associata al suo nome, e in quelle terre il culto di san Vito pare avesse sostituito l'antico culto di Svetovit), dalla letargia, è altrettanto vero che la nascita del suo culto e la relativa tradizione agiografica non sono stati ancora studiati in maniera ampia e approfondita.

Culto [modifica]

È venerato come santo martire dalla Chiesa cattolica ed è un santo molto importante anche per la Chiesa ortodossa serba e quella bulgara. La sua ricorrenza è osservata nel giorno del 15 giugno del calendario gregoriano che corrisponde al 28 giugno del calendario giuliano.
San Vito è il patrono ed il protettore dei danzatori. Era assai venerato nel medioevo e fu inserito nel gruppo dei santi ausiliatori, santi verso i quali veniva invocata una intercessione in particolare occasioni e nella speranza di ottenere guarigione da particolari malattie. Il simbolo che lo rappresenta è la palma.
È il patrono della sua città, Mazara del Vallo, e della diocesi di Mazara.

Preghiere e devozioni [modifica]

"Santu Vitu Santu Vitu, iu tri voti vi lu dicu vi lu dicu pi su cani ca mi voli muzzicari attaccatici lu mussu cu nu muccaturi russu attaccatici lu sciancu cu nu muccaturi iancu!" (preghiera tradizionale siciliana contro i morsi dei cani.la traduzione suona così: San Vito San Vito ve lo dico tre volte, ve lo dico affinché mi proteggiate da quel cane che vuole mordermi.Legategli il muso con un fazzoletto rosso, legategli il fianco-le gambe- con un fazzoletto bianco)

La leggenda di San Vito a Gangi [modifica]

A Gangi, paese delle Madonie, si narra che quando fu realizzata la statua di San Vito avvenne un fatto prodigioso. Infatti la statua venne commissionata dalla chiesa di Santa Maria di Gesù ma la stessa notte che fu riposta nella nicchia sparì. Fu ritrovata alla chiesa Madre ma fu deciso di riportarla a Santa Maria. Ciò avvenne più volte, finché un mastro del popolo non decise di scolpire due cagnolini di legno e "attaccarli" alla statua. Fu così che la sacra immagine di San Vito restò fissa a Santa Maria in cui tutt'oggi possiamo ammirarla (leggenda raccolta in loco).

Elenco dei patronati [modifica]

San Vito è patrono dei seguenti comuni italiani:
San Vito è, inoltre, il patrono di Fiume, in Croazia. San Vito frazione di Marsiconuovo (PZ) festeggiamenti il 15 giugno San vito è patrono della frazione Taverna del Monaco a Grottolella in provincia di Avellino


mercoledì 27 gennaio 2010

Santa Febronia


Santa Febronia
non entro nella dscussione se è il caso o meno di spostare il giorno della festa a Palagonia per valorizzarla
perche non mi compete mi limito ad ammirare le opere d arte inpirate al culto di questa santa

domenica 17 gennaio 2010

buttitta ignazio -

buttitta ignazio - Cerca con Google: "IGNAZIO BUTTITTAPagina dedicata al poeta siciliano. Scheda biografica, elenco delle opere e una piccola selezione di poesie dell'autore."

giovedì 7 gennaio 2010

Finanzastraordinaria, intervista Simone Cimino - Presidente e Fondatore Cape | Canicatti Web.com

Simone Cimino - Presidente e Fondatore Cape Canicatti Web.com: "Nato ad Agrigento, laurea con lode all’Università Bocconi e borsa di studio alla New York University nel 1983. Lavora per 7 anni in Montedison sotto la guida di Giuseppe Garofano. E’ poi Partner e A.D. di LBO Italia. Nel 1992 si mette in proprio, fondando Advance. Fonda nel 1999 la spa Cimino & Associati Private Equity di cui è Presidente; in poco tempo attira l’attenzione del gruppo francese Natixis con cui crea un accordo nel 2001. Nel 2003 nasce la società di gestione del risparmio Cape Natixis Sgr S.p.A.. L’attività di investimenti culmina con la nascita della Sgr e la raccolta del suo primo fondo gestito, Cape Natexis Private Equity Fund (gennaio 2004). Cape promuove nel 2008 un fondo immobiliare e avvia i lavori del fondo dedito esclusivamente alle PMI Siciliane. Simone Cimino ricopre inoltre la carica di Vice Presidente di Arkimedica, quotata Expandi, Vice Presidente di Cape Listed Investment Vehicle, quotata su MTF, Presidente della Fondazione Financidea e Consigliere dell’Aifi e dell’European Venture Capital Association"

venerdì 18 dicembre 2009

diodoro siculo




DIODORO (80-20 a.C. ca.) Vita Di Diodoro sappiamo quel poco che egli ci dice nel proemio della sua opera. Nato ad Agirio (oggi Agira, in provincia di Enna) e perciò detto oggi "Siculo" per antonomasia, intraprese vari viaggi, soggiornando tra l'altro ad Alessandria per comporre la sua opera storica, redatta tra il 60 ed il 30 a.C. Da cenni che egli fa su Augusto, si presume che Diodoro sia morto intorno al 20 a.C. Opera Diodoro è l'autore della Biblioteca Storica, una storia universale in 40 libri dalle origini mitiche alla spedizione di Cesare in Gallia. Dell'opera rimangono i libri I-V e XI-XX, e degli altri libri solo estratti e riassunti (spesso molto ampi), dovuti alla grande circolazione e notorietà della Biblioteca nel Tardo Antico. Nel proemio
 Diodoro presenta le sue ricerche storiche ed introduce come scopo della sua opera, e della storia in generale, l'utilità e l'insegnamento che da essa possono trarre gli uomini. La storia universale è esempio della fratellanza tra gli uomini: Essa riconduce ad un'unica compagine gli uomini, divisi tra loro per spazio e tempo, ma partecipi di un'unica parentela (I 1, 3). La storiografia è dunque in stretto rapporto con la filosofia, essendo entrambe ricerca di verità e comprensione dei meccanismi dell'agire umano. In linea con queste argomentazioni, che rivelano un influsso stoico, Diodoro espone l'origine della civiltà umana e parla della prima grande civiltà, l'Egitto (libro I). Segue poi la storia dei grandi imperi d'Asia (II-III), a cui si connettono i miti eroici dei greci (specie quelli di Eracle e degli Argonauti: IV). Una breve sosta in senso geo-etnografico è il "libro sulle isole" (V), in cui si esaminano le isole occidentali, seguendo un percorso che dalla Gallia giunge all'Egeo, a Rodi e Creta, non trascurando le isole "mitiche" come quelle del Sole e di Pancaia (teatri di romanzi utopistici celebri nell'Ellenismo, ma che Diodoro, ingenuamente, scambia per reali). Con un'ulteriore

mercoledì 21 ottobre 2009

Antonino Sciascia



Home PageAntonino Sciascia- chi era?DocumentiCommentiContattiHomeAntonino Sciascia-


Antonino Sciascia nacque a Canicattì, in Sicilia, il 19 novembre del 1839, si laureò in Medicina a Palermo, a vent’anni e sette mesi, il 19 luglio del 1860, mentre il 5 luglio 1869 conseguì la laurea in Chirurgia.

Dedicò buona parte della sua vita a studiare e perfezionare un suo metodo di cura, che volle chiamare: fototerapia. Per realizzare la sua intuizione mise a punto un apparecchio: il fotocauterio, in grado di selezionare e concentrare l’energia luminosa, in modo tale da poter utilizzare le proprietà curative della luce su molte patologie.

Con questo apparecchio Sciascia riuscì a dare una valida risposta al lupus vulgaris, ad alcune forme di tubercolosi e ad altre malattie allora incurabili.

Sciascia brevettò il suo apparecchio nel 1894 in Italia, Francia, Inghilterra e forse negli Stati Uniti d’America. Nel 1892 a Palermo e nel 1894 a Roma, Sciascia annunciò la sua scoperta, ma nessuno nel mondo accademico italiano prese sul serio la sua comunicazione, con il risultato che circa dieci anni dopo, un medico danese, Niels Ryeberg Finsen, si vide attribuire nel 1903 il premio Nobel per la medicina per la medesima scoperta fatta da Sciascia in precedenza.

E’ provato che Finsen era presente a Roma quando Sciascia annunciò la sua scoperta ed è probabile che abbia potuto studiare a Parigi l’apparecchio ideato da Sciascia perché il fotocauterio era stato posto in vendita da Sciascia in quella città e veniva pubblicizzato sulla stampa parigina.

Nel 1902 Sciascia pubblicò un suo trattato sulla Fototerapia ma ancora una volta il mondo accademico italiano volle ignorarlo per inneggiare alla novità quando questa rientrò in Italia come un’importante scoperta fatta all’estero. Da quel momento in poi Sciascia non volle più partecipare ad altri eventi scientifici, si ritirò nella sua Canicattì, dove continuò a curare, spesso gratuitamente, i suoi malati.

Solo e amareggiato Sciascia si spense nel suo paese natale il 12 aprile 1925.

giovedì 8 ottobre 2009

SIMONE NERI

Simone Neri, l’eroe di Giampilieri, il sottocapo di prima classe della Marina, che ha salvato 8 persone, sacrificando la sua vita.




Innanzitutto, perché il sindaco di Messina, Giuseppe Buzzanca, ha chiesto al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il riconoscimento di un’onorificenza alla memoria per il giovane siciliano, che il 15 ottobre avrebbe compiuto 30 anni.



Inoltre, su Facebook è online il gruppo “Dedichiamo una Via o una Piazza all’eroe Simone Neri“, fondato da Gaetano Smedile e amministrato da Alfonso Messina e Antonella Darone. Al momento gli iscritti 394 e sulla bacheca sono stati pubblicati 17 messaggi.



Lo scopo dell’iniziativa è chiaro ed è rivolto a tutti i comuni di Sicilia e di Italia.




martedì 6 ottobre 2009

Pietro Frasca Polara




Economista e imprenditore, nato a Modica nel 1903 e morto a Palermo nel 1965. Meridionalista di cultura moderna e agguerrita, autore di saggi e promotore di convegni sulla "questione meridionale", fu membro della Giunta esecutiva e del Comitato di presidenza della Confindustria. Dagli anni '40, rientrato a Palermo, fu direttore generale della "Chimica Arenella", presidente dell'Associazione degli industriali, presidente dell'Azienda municipale del gas, presidente dell'Acquedotto municipale, presidente dell'Ospedale Psichiatrico, commissario dell'Azienda speciale per la Zona Industriale. Nel dopoguerra fu protagonista dell'intenso dibattito sul futuro economico della Sicilia ingaggiando una battaglia anche con il presidente della Confindustria, il genovese Angelo Costa, decisamente contrario ad ogni intervento dello Stato nell'economia, per lanciare l'industrializzazione della Sicilia e del Mezzogiorno con i finanziamenti del Piano Marshall. Frasca Polara, pur essendo genero del leader degli indipendentisti Andrea Finocchiaro Aprile, difese il progetto autonomistico ribadendo il criterio riparazionistico e sostenendo la necessità oltre che di un intervento privato, anche di uno pubblico di ampie dimensioni a fronte dei gravi problemi della disoccupazione strutturale dell'Isola, della sua particolare carenza di attività produttiva, specie di natura industriale, dell'insufficienza di energia elettrica e del suo alto costo, della carenza di trasporti e in generale di tutte quelle infrastrutture così determinanti nei conti economici di un'azienda senza le quali, in mancanza di un intervento pubblico di ampie dimensioni protratto nel tempo e opportunamente qualificato, non vi sarebbe stata alcuna possibilità di affrontare il problema dell'arretratezza meridionale con il conseguente aggravio del dualismo Nord-Sud. Di questa concezione Frasca Polara fu fautore con la sua partecipazione alla formulazione del primo schema quinquennale di sviluppo economico della Sicilia nel 1945-1946, epoca in cui i problemi dello sviluppo pianificato erano presenti soltanto nell'intuizione di pochi. Pietro Frasca Polara intese valorizzare le risorse locali e rafforzarne la struttura produttiva dando vita ad una sua azienda che fu allora tra le più efficienti per la

lunedì 28 settembre 2009

Peppino Impastato

Nasce a Cinisi il 5 gennaio 1948 da Felicia Bartolotta e Luigi Impastato. La famiglia Impastato è bene inserita negli ambienti mafiosi locali: si noti che una sorella di Luigi ha sposato il capomafia Cesare Manzella, considerato uno dei boss che individuarono nei traffici di droga il nuovo terreno di accumulazione di denaro. Frequenta il Liceo Classico di Partinico ed appartiene a quegli anni il suo avvicinamento alla politica, particolarmente al PSIUP, formazione politica nata dopo l'ingresso del PSI nei governi di centro-sinistra. Assieme ad altri giovani fonda un giornale, "L'Idea socialista" che, dopo alcuni numeri, sarà sequestrato: di particolare interesse un servizio di Peppino sulla "Marcia della protesta e della pace" organizzata da Danilo Dolci nel marzo del 1967: il rapporto con Danilo, sia pure episodico, lascia un notevole segno nella formazione politica di Peppino. In una breve nota biografica Peppino scrive:


sabato 26 settembre 2009

Mortillaro.




Nobile famiglia palermitana, che si vuole d’origine Normanna. Il Muscia annota tra i feudatari sotto re Federico gli eredi del fu Adinolfo Murtillani (Mortillaro?), come possessori della metà del Casale di Cadera e del feudo di Sabuci; un messer Simone Mortellaro è annotato nella mastra nobile del Mollica (lista IV, anno 1590); un Antonino, con privilegio del 12 novembre 1695, ottenne la concessione del titolo di barone di Ciantro Soprano; un Carlo Mortillaro e Asmundo, barone del Ciantro, fu rettore nobile dell’ospedale di Palermo negli anni 1721, 1742-43-44 e senatore della stessa città negli anni 1736-37-38; un Antonio Mortillaro ed Arena fu senatore di Palermo negli anni 1748-49 e 1752-53, governatore del Monte di Pietà nel 1756 e, con privilegio dato a 9 gennaio esecutoriato a 12 settembre 1754, ottenne la concessione del titolo di marchese; un Vincenzo fu governatore del Monte di Pietà di Palermo e senatore della stessa città nel 1760-61 e 1765-66; un Carlo Mortillaro-La Via e Valguarnera a 14 febbraio 1792 ottenne investitura del titolo di marchese; un altro Vincenzo, riconosciuto nel titolo di marchese con real rescritto del 13 febbraio 1856, fu cavaliere dell’ordine Costantiniano, cavaliere di gran croce dell’ordine di Francesco I, ecc., autore di parecchie pregevoli pubblicazioni, tra le quali degne di nota il “Medagliere Arabo-Siculo”, le “Antiche pergamene della Magione”, il “Dizionario Siciliano”, ecc.

martedì 8 settembre 2009

Mike, Sky e l'amico Fiorello "Se ne va un compagno di giochi" - Persone - Repubblica.it




ARRIVEDERCI MIKE

“…ahiahiai, signora Longari…mi è caduta sull’uccello!!”
Dimenticatevi frasi del genere, come per l’11 settembre, quando dissero che il mondo non sarebbe più stato lo stesso, il mondo non sarà più lo stesso da oggi, almeno quello della televisione.
Con programmi come “Rischiatutto” o “Lascia o raddoppia” Mike, la TV, l’ha concepita, svezzata, fatta crescere come ha fatto crescere tutti gli italiani, contribuendo all’alfabetizzazione di un popolo provato da drammatiche vicende, di un inizio secolo a dir poco scoppiettante…
Per la cronaca: Michael Nicholas Salvatore, era nato a New York 85 anni anni fa, morto oggi a Montecarlo, ma soprattutto (per noi siciliani) i suoi nonni erano di Campofelice di Fitalia, in provincia di Palermo.
Signore e Signor, in ogni caso, ALLEGRIAAAA… sempre più in alto mike, sempre più in alto...
Più in alto di cosi non potevi andare caro Mike

venerdì 4 settembre 2009

Ibn HAMDIS


Un poeta musulmano in Sicilia: Ibn-Hamdis http://www.youtube.com/watch?v=oWVHkSXf7kM&feature=related
La cultura musulmana si diffuse in Sicilia con la colonizzazione araba, permeando in modo fondamentale la storia e la civiltà dell'isola. In questo estratto della sua opera Storia dei musulmani in Sicilia, lo storico Michele Amari ricostruisce la vita e l'opera di Ibn-Hamdis, il maggiore poeta musulmano della Sicilia. Nato a Siracusa, accolto alla corte araba di Siviglia, cantò in 'duemila e cinquecento versi' le bellezze della sua terra natale, l'amore, le gesta guerresche 'con leggiadria ed arte e abbondanza d'estro'.

È il più illustre tra i poeti musulmani di Sicilia; e – coincidenza singolare ! – gli fu patria la stessa patria di Teocrito: Siracusa

Abd-el-Gebbâr-Ibn-Mohammed-ibn-Hamdîs nacque in Siracusa (1056) di nobile famiglia della tribù di Azd, che prendea nome da un Hamdîs, capo himiarita ribellatosi (802) in Affrica contro Ibrahim-ibn-Aghlab. Cresciuto al romor delle armi normanne che già infestavano il Val di Noto, Ibn-Hamdîs, più che agli studii si diede a combattimenti, amori, festini, trincare; finché un successo sul quale ei tocca e passa, credo avventura amorosa in nobil casato, sforzollo a fuggire in Affrica il quattrocensettantuno (1078-79). Ma sdegnando i costumi delle tribù arabiche scatenate dall’Egitto su l’Affrica propria, allettato altresì dalla fama di Mo’tamid-ibn-Abbâd, andò a corte di Siviglia, ove fu accolto con onore e liberalità. In quel ritrovo dei primi poeti contemporanei d’Occidente rifulse il genio d’Ibn- Hamdîs; non si corruppe in corte l’animo franco, liberale, pien d’amore del padre, della Sicilia, degli amici, della gloria, delle donne; d’ogni bellezza di natura e d’arte. Seguì il principe nei campi, com’uomo d’arme ch’egli era ed anco ne facea troppa mostra nei versi. Alla battaglia di Talavera (1086) abbattuto dal cavallo nei primi scontri che tornarono ad avvantaggio dei Cristiani, si sviluppò gagliardamente, n’uscì con la corazza tutta affrappata dai fendenti, più che a se stesso pensando al figlio giovinetto che combattea lì presso con gran valore. Ma quando gli Almoravidi tornarono in Spagna da nemici; quando Mo’tamid fu spoglio del regno e d’ogni cosa, e scannatigli due figliuoli sotto gli occhi, e con le figlie mandato in catene ad Aghmat (1091), Ibn-Hamdîs passava in Affrica, andava a visitarlo nella prigione: dove fecero scambio di sante lagrime e di versi mediocri. Tornatosi il poeta siciliano a Mehdia, saputa non guari dopo la morte di Mo’tamid (1095), soggiornò parecchi anni nelle due corti di casa zîrita, avendo lasciato in lungo poema la descrizione d’un palagio di Mansûr principe hammadita di Bugia, aspro nemico degli Almoravidi; due Kaside in vita ed un’elegia in morte di Iehia-ibn-Temîm (1116) principe di Mehdia; e le lodi di Ali-ibn-Iehia (1116-21) ed Hasan-ibn-Ali (1121-1148) saliti successivamente a quel trono. Scrisse la Soria di Algeziras. Rifinito dall’età e dall’avversa fortuna, ch’ei s’assomigliava ad aquila che più non voli e i figli le imbecchino il pasto, perduto il lume degli occhi, morì di ramadhan cinquecentovenzette (luglio 1133), chi dice a Majorca, chi a Bugia, sepolto accanto al poeta spagnuolo Ibn-Labbâna, col quale avea gareggiato nella grazia di Mo’tamid a Siviglia e nel carcere.
Ingegno felicissimo nel coglier e ritrarre le sensazioni, nel colorirne le dipinture che veggiamo sparse a larga mano in duemila e cinquecento versi: dipinture d’obietti materiali, avvenimenti, passioni, costumi. Delle quali lascerem da canto ciò che non si riferisca alla Sicilia: le geste di Mo’tamid, i suoi palagi ed orti o del principe di Bugia, gli episodii accademici di Siviglia, la morte d’una moglie, il naufragio d’altra sua donna nel viaggio di Spagna ed Affrica, le cacce affricane, le descrizioni d’animali e frutta e fiori, gli specchi di pece, le lampadi a spirito di vino, il piglio feroce dei masnadieri d’oltre Nilo, cui poneva a riscontro gli Arabi inciviliti di Sicilia. Quei compagni di sangue chiarissimo come lo splendor delle stelle, coi quali in gioventù solea cercare all’odorato il miglior muschio dei vigneti siracusani. Entrano di notte in un romitaggio; chiuse le porte, gittan su le bilancette un dirhem d’argento, e la vecchia suora lor ne rende una coppa piena di liquid’oro; poi ne menan via le sposine: quattro anfore vergini, impeciate e sepolte da lunghi anni; elette da un tal che d’ogni succo d’uva ti sa dir patria, età e cantina. Ma gli svelti e vaghi giovani traggono a sala illuminata da gialli doppieri messi in file come colonne che sostenessero eccelsa vôlta di tenebre; dove il signor della festa bandisce esilio e morte alla tristezza: e già le suonatrici, cominciando a toccar le corde, destan gioia negli animi; quella si stringe al petto il liuto, questa dà baci al flauto: una ballerina gitta il piè a cadenza dello scatto delle dita; gentil coppiera va in giro, mescendo rubini e perle, avara sì delle perle che rado allarga le stringhe dal collo [dell’otre di pelle di] gazzella. Oh dolci ricordi della Sicilia, campo di mie passioni giovanili, albergo ch’era di vivaci ingegni, paradiso dal quale fui scacciato! e come riterreimi dal piangerlo? Quivi risi a vent’anni spensierato; ahi che a sessanta mi rammarico di quelle colpe; ma non le biasimar tu, accigliato censore, poiché le cancellava il perdono di Dio!
Figliuoli delle Marche siam noi, cantò altrove Ibn-Hamdîs; a noi spunta il sorriso quando la guerra aggrotta le ciglia; divezziamo i bamboli, in mezzo all’armi, col latte di generose giumente: rassegnaci; e quanti siamo, tanti campioni conterai che ciascun vale una schiera. Indietreggia nostr’oste per rinnovare l’assalto; ritraendosi, sparge la morte: no, che tutte le stelle non son cadute, e pur v’ha una speme in questa guerra, e siam noi. I condottieri ci mostrano il dì della battaglia, un drappo da ricamare con gruppi d’avvoltoi; ché i prodi ad ogni carica di lor nobili [cavalli] ’Awagi, spargon sul terreno larga pastura agli uccelli voraci. Ecco una colomba messaggiera di strage, volar secura tra i lampi. Sì; percotemmo i nemici della Fede entro lor focolari: piombò un flagello su le costiere del Rûm; navi piene di lioni solcarono il mare, armate la poppa d’archi e dardi, lancianti nafta che galleggia e brucia come la pece della gehenna ov’ardono i dannati; cittadelle che vengono a combattere le città dei Barbari, a sforzarle e saccheggiarle. E che valser quei vestiti di maglie di ferro luccicanti, e usi a dar dentro quando pur si ritraggono i prodi? Non piegammo noi al duro scontro; ingozzata la coloquinta, gustammo alfine il dolce favo, e li rimandammo con le armadure squarciate e addentellate da questo sottil filo de’ nostri brandi. Perché l’acciaro nelle nostre mani ragiona, e nelle altrui si fa mutolo. Ma dalla casa mi guardano furtivamente begli occhi travagliati dalla vigilia e dal pianto, ché il dolore dì e notte li avea dipinti di kohl; una manina incantatrice muove le dita a salutarmi. Oh dilettoso giardino, la cui sembianza viene a visitar le pupille aggravate di sonno e le schiude all’immaginativa! Io sospiro la mia terra; quella nel cui seno si fan polvere le membra e le ossa de’ miei, ché già se n’è ito il fior della prima gioventù, alla quale tornan sempre le mie parole.


Sotto il bel cielo di Spagna, nelle regioni temperate dell’Affrica settentrionale, il poeta siracusano non obliò mai quel paese “cui la colomba diè in presto sua collana, e il pavone suo splendido ammanto; dove i raggi del sole avvivan le piante d’amorosa virtù ch’empie l’aere di fragranza; dove tu respiri un diletto che spegne le aspre cure, senti una gioia che cancella ogni vestigio d’avversità”. Pur l’alto sentimento che gli facea parer più belle le naturali bellezze della Sicilia, lo ritenne dal tornar a vederla serva; gli dettò versi di rampogna no, ma di compianto e di verità, ch’è primo debito di cittadino alla patria. Ripetendo ed esaltando in mille modi il valore delle persone, ricordava, sospirando, esser morta nel paese la virtù della guerra. E in età più matura sclamava:
“Oh se la mia patria fosse libera, tutta l’opera mia, tutto me le darei con immutabile

giovedì 11 giugno 2009

Leonardo Sciascia



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Come Chagall,vorrei cogliere questa terradentro l’immobile occhio del bue. Non un lento carosello di immagini, una raggiera di nostalgie:soltantoqueste nuvole accagliate,i corvi che discendono lenti;e le stoppie bruciate, i radi alberi,che s’incidono come filigrane.Un miope specchio di pena, un greve destinodi piogge: tanto lontana è l’estate che qui distese la sua calda nuditàsquamosa di luce – e tanto diversol’annuncio dell’autunno,senza le voci della vendemmia. Il silenzio è vorace sulle cose.S’incrina, se il flauto di cannatenta vena di suono: e una fonda paura dirama.Gli antichi a questa luce non risero, strozzata dalle nuvole, che gemesui prati stenti, sui greti aspri,nell’occhio melmoso delle fonti;le ninfe inseguitequi non si nascosero agli dèi; gli alberi non nutrirono frutti agli eroi.Qui la Sicilia ascolta la sua vita.
La Sicilia, il suo cuore

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